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Andreas Graefe ha pubblicato una guida al giornalismo automatico. I risultati delle sperimentazioni e attività produttive già avviate, da Forbes e Associated Press, per esempio, dicono che la produttività del giornalismo algoritmico è ovviamente elevata e gli errori limitati nelle condizioni di lavoro normali. Quando però ci si confronta con un fatto che non è interpretabile senza cambiare le assunzioni di base degli algoritmi si rischiano invece errori. E ovviamente si scopre che gli algoritmi non sanno fare domande…

Luca De Biase

Turismo esperienziale, ci pensa la startup Tourizan

Viaggi ‘sartoriali’, tagliati a misura di utente. E’l’idea alla base della startup Tourizan, fondata da tre giovani bergamaschi desiderosi di offrire ai turisti una vera e propria esperienza di viaggio. Il tutto attraverso un’unica piattaforma multiservizi, in cui è possibile prenotare sia l’alloggio che le varie visite nei luoghi d’interesse del territorio.

Con l’obiettivo finale di valorizzare e rendere facilmente fruibile l’intero, immenso, patrimonio storico-culturale italiano, l’azienda parte dalla Toscana per poi allargarsi alle altre regioni.

Già dal nome della startup, Tourizan (particolarmente azzeccato – ndr), che nasce dalla fusione dei termini tourism e artizan (dall’inglese arcaico di artisan), si capisce tanto della filosofia che sottende il progetto: offrire al viaggiatore un tipo di vacanza esperienziale, costruita con cura ‘artigianale’, appunto, intorno alle sue esigenze.

Gli alloggi, le attività culturali, le visite e gli itinerari possono essere prenotati e organizzati prima della partenza. Ma si può anche scegliere di essere guidati attraverso delle vere e proprie esperienze di vita locale nel luogo di destinazione.

Raggiunta la meta, l’ospite può inoltre usufruire della ‘Formula Concierge’, che prevede la presa in carico del pacchetto acquistato da parte del gestore della struttura ricettiva, così che questi possa diventare l’interlocutore di fiducia pronto a soddisfare esigenze e necessità particolari durante la permanenza.

“Abbiamo intercettato l’esigenza dei viaggiatori e di coloro che noi chiamiamo gli artigiani del turismo, albergatori, ristoratori, organizzatori di attività e guide turistiche che si distinguono dalle grandi strutture per il loro approccio all’accoglienza più familiare e curato – spiega il fondatore di Tourizan Andrea Mangilli – sono loro ad averci confermato la necessità di valorizzare il turismo emozionale, oggi così richiesto e prima di difficile accesso da parte del turista”.

Gli utenti hanno due opzioni per cominciare ad organizzare il proprio viaggio: partire dalla destinazione e solo dopo occuparsi delle attività, o, viceversa, concentrarsi sulle cose che si vorrebbe fare e in base a quelle scegliere la destinazione. La possibilità di personalizzazione è, dunque, pressoché completa.

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Altri 20 milioni di euro per Smart & Start

Rifinanziato con 20 milioni di euro Smart & Start, lo strumento d’incentivazione del Ministero dello Sviluppo Economico volto a favorire lo sviluppo delle startup innovative di alcune aree del Paese.  In particolare, possono approfittare delle nuove agevolazioni i progetti presentati nelle seguenti regioni: Molise, Umbria, Lazio, Marche Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Abruzzo (escluso il cosiddetto territorio del cratere sismico aquilano).

Il nuovo decreto del MSE è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 15 febbraio.

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Disastri annunciati: i 18 errori ammazza-startup

Se li conosci, li eviti. Se li conosci, non ti uccidono. Tranquilli, non alludiamo a pericolosi virus che minacciano l’umanità. Parliamo ‘solo’ di business e dei 18 errori capitali che possono vanificare i sogni di gloria di una startup. Non esauriscono di certo tutte le evenienze che possono influire sul cammino di una giovane impresa. Si tratta però, quantomeno, di quegli aspetti dell’attività su cui si può esercitare un certo controllo.

In effetti, i 18 passi falsi che andremo ad esaminare di seguito sarebbero tutti eliminabili dedicando una maggiore attenzione, sia in fase di progetto che in corsa, alle variabili principali, fondamentalmente: organizzazione, prodotto, target e risorse finanziarie.

1 Singolo fondatore. Non ci sono notizie di startup di successo portate avanti da un’unica ‘testa’. Sembra non esserci niente di male a imbarcarsi da soli nell’impresa. Si tratta invece di un peccato originale che si riproporrà lungo il cammino. Innanzitutto, dare il via a un’azienda è assai arduo, sia per mole di lavoro che per dispendio di energie, fisiche e mentali. E poi, in seguito, mancherà sempre la possibilità di fare un proficuo brainstorming migliorativo con i propri soci, magari pure amici, come capita spesso nelle startup fondate da più persone. Senza dimenticare che nei momenti difficili, sempre in agguato, avere qualcuno a cui appoggiarsi e con il quale affrontare la situazione può risultare decisivo.

2 Location sbagliata. La stessa startup può ‘morire’ in un posto e prosperare altrove. Da che dipende? Sono tanti i fattori. La Silicon Valley è il maggior simbolo planetario. Lì si sono create le condizioni ideali per un ecosistema adeguato allo sviluppo di imprese innovative. Ma sono tante le città e le aree adatte allo scopo. E a caratterizzarle sono una serie di elementi comuni: servizi appropriati, persone con le competenze giuste e in sintonia con determinati progetti, un tessuto imprenditoriale e universitario sviluppato e aperto all’innovazione, ecc. Sbagliare sede corrisponde quasi sempre a una condanna.

3 Nicchia marginale. Quando si trova una porzioncina di mercato libera, a meno che non si sia fortunatissimi o abilissimi e visionari, qualità estremamente rare, la prima domanda da porsi è: perché? Perché nessuno ha pensato di fare affari in quella nicchia? La risposta probabilmente è che non c’erano affari da fare. Evitare la competizione significa, il più delle volte, evitare le buone idee.

4 Idee derivate. Avviare un business per imitazione non è premiante. Tante idee derivano da intuizioni precedenti, è vero. Ma se si guarda alla storia delle startup arrivate al successo, difficilmente si trovano riadattamenti di soluzioni altrui. Puntare su l’originalità e l’utilità della proposta è l’unica via per tentare d’imporsi sul mercato. Di solito, le startup nascono a causa di un problema irrisolto di un fondatore. Avere un’esigenza personale specifica sembra, infatti, ispirare più di ogni altra cosa: Google è nata perché Larry Page e Sergey Brin non riuscivano a trovare roba online, Hotmail perché Sabeer Bhatia e Jack Smith non potevano scambiare e-mail sul posto di lavoro. E sono tanti i casi simili.

5 Ostinazione. Essere ostinati conduce al traguardo in diversi campi. Soprattutto in quelli dove l’obiettivo è ben definito e non contano le battute d’arresto. Non appare, dunque, l’approccio migliore per l’avvio di una startup, che richiede invece capacità di adattamento e flessibilità per seguire il percorso, ovunque esso conduca. Un po’ come nella ricerca scientifica: si parte per scoprire qualcosa e si trova qualcos’altro. Non è concesso rimanere troppo aggrappati al piano originale, che non di rado si dimostra inadeguato. Le startup di maggior successo finiscono per fare qualcosa di diverso rispetto a quanto originariamente previsto. Bisogna essere pronti a riconoscere l’idea migliore, quando arriva. E la parte più difficile sta proprio nel saper rinunciare  alla vecchia.

6 Cattivi programmatori. E’ comune che a fondare una startup sia un programmatore. E, in tal caso, il rischio di scegliere il team sbagliato si abbassa di parecchio. Ma talvolta l’intuizione può essere di un non tecnico, magari di un ragazzo con aspirazioni imprenditoriali e buone idee. In queste circostanze, il pericolo di sbagliare le scelte e affidarsi a sviluppatori incapaci diventa concreto e può generare disastri. Affidarsi alla consulenza di qualcuno tecnicamente preparato che si occupi della selezione iniziale può essere una buona precauzione.

7 Piattaforme tecnologiche sbagliate. E’un problema correlato al precedente, in quanto è spesso compito dei programmatori individuare l’ambiente informatico migliore in cui sviluppare il business. Diciamo che evitando di assumere le persone sbagliate si ha una buona probabilità di mettersi al riparo da questo rischio.

8 Lentezza nel lancio sul mercato. Si dice che un software è sempre pronto all’85% e che non sarà mai ultimato finché non finirà in mano agli utenti. Questo per dire che le startup hanno sempre un motivo per non confrontarsi col mercato, nel senso che rimandano l’appuntamento per arrivare col prodotto perfetto e definitivo. Il rischio è di non averlo mai. Ci vuole il coraggio di rilasciare agli utilizzatori anche qualcosa passibile di miglioramenti che garantisca delle funzionalità minime, ma già utili, piuttosto che rinviare il lancio ad libitum. Avere un riscontro dal mercato è spesso anche l’unico modo per capire dove intervenire per completare il prodotto.

9 Eccessiva fretta. Allo stesso modo, è pericoloso essere troppo frettolosi. Lanciare sul mercato qualcosa di non pronto può rovinare irrimediabilmente la reputazione di un’azienda. E’ovvio che deve esserci un nucleo minimo utile e funzionante per gli utenti, altrimenti s’arrabbiano…Decidere di procedere, avendo in mente il risultato finale, attraverso piccoli traguardi intermedi può essere un buon metodo per raggiungere le funzionalità minime necessarie.

10 Mancanza di un profilo di utente. Realizzare un prodotto, qualunque sia, senza figurarsi nella mente (e per iscritto – ndr) chi lo andrà ad utilizzare, è il viatico migliore per andare a sbattere. Tracciare il profilo utente è fondamentale. Se l’intenzione è quella di risolvere un problema o venire incontro a un’esigenza non è possibile prescindere dal conoscere chi ne sia il portatore. Ecco che ritorna la ‘leggenda’ secondo cui le startup migliori nascono per risolvere qualcosa a uno dei fondatori.

11 Troppo poco denaro raccolto. Pochi soldi generalmente significano poco tempo per decollare. Come avere più di un fondatore è statisticamente premiante, così lo è ottenere buoni finanziamenti. Il quanto dipende molto dalla fase, avvio o sviluppo, e dal prodotto, prototipo o idea. Ciò che è certo è che quando il denaro si esaurisce o si vola o si rimane a terra. E avere dei buoni finanziatori fa la differenza sul tempo che si ha a disposizione per imparare a volare. Anche se poi è, giocoforza, agli investitori che bisogna render conto dei risultati, fintanto che non si raggiunge l’autonomia economica.

12 Spesa fuori controllo. Bruciare troppi soldi non è così comune, soprattutto tra gli startupper che si affidano a bravi consulenti. Di solito, inoltre, gli investimenti iniziali sono piccoli. Il modo più classico per andare oltre è l’assunzione di un sacco di gente. In questo caso, il contraccolpo è doppio: oltre ad aumentare i costi, dimiunuiscono le risorse necessarie a durare più a lungo.

13 Troppi soldi. Così come si può morire di poco denaro, si può essere travolti dall’eccesso. Che poi, a ben guardare, il problema non è tanto il denaro ma quello che porta con sé. Quando si raccolgono parecchi soldi dagli investitori, l’immediata conseguenza è che diminuisce il tempo a disposizione. Chi investe vuole risultati, e in tempi brevi. In queste circostanze, i fondatori rischiano di trasformarsi in meri dipendenti. Smettono di essere propositivi e appassionati e cominciano ad aver bisogno di sentirsi dire cosa fare. E’ l’inizio della fine.

14 Incapacità di gestire gli investor. Chi mette il denaro non può certo essere ignorato, anche perché si dà il caso che possa offrire talvolta contribuiti e consigli interessanti al progetto. Ciò non vuol dire che si debba lasciare l’azienda in mano loro e neanche che si debba perdere troppo tempo a confrontarsi su ogni decisione. E’ meglio focalizzarsi sul prodotto e l’attività, e casomai tenere a bada, al bisogno, un investitore che non si ritenga abbastanza considerato o non condivida una scelta.

15 Penalizzazione degli utenti rispetto agli utili (presunti). Questo non significa che una startup non debba guadagnare e che debba quindi rinunciare a darsi un modello di business. Ma è molto più difficile rispondere ai bisogni delle persone che far soldi una volta individuate le soluzioni. Per cui, soprattutto all’inizio, è bene profondere ogni sforzo per assicurarsi l’obiettivo primario: dare al target ciò che vuole. Il resto dovrebbe venire di conseguenza.

16 Non volersi sporcare le mani. Quasi tutti i programmatori preferiscono scrivere codice senza occuparsi del business che da esso può derivare. Pare sia stato così, in principio, anche per Page e Brin, che una volta inventato l’algoritmo di Google avevano subito pensato di vendere l’idea a una società, senza riuscirci peraltro. Perché è difficile vendere idee, per quanto ottime. Sul mercato pochi si fidano d’investire su un’intuizione. C’è bisogno di qualcosa di concreto, di un prodotto che possa contare su una base di utenti da sviluppare. Niente è più convincente per un acquirente.

17 Litigi tra fondatori. Le lotte intestine sono abbastanza comuni e generalmente dipendono da errori di valutazione iniziali. La maggior parte delle controversie potrebbero essere evitate scegliendo con criterio i propri compagni di viaggio. Il più delle volte i litigi nascono dalle persone, non dalle situazioni. Il che significa che sono inevitabili senza l’opportuna prevenzione. E’ auspicabile che il fondatore faccia un buon lavoro all’origine, magari rinunciando a qualche competenza tecnica a vantaggio delle qualità umane. Tale approccio nel tempo può rivelarsi salvifico.

18 Pochi sforzi e mancanza di coraggio. Sono tantissime le startup fallite per la scarsa dedizione o l’impegno a tempo perso dei fondatori. Non è raro che dei ragazzi, magari con un lavoro, si mettano in testa di sviluppare un’idea per vedere come va…Ed eventualmente pensare solo in un secondo momento a lasciare il proprio impiego e dedicarsi completamente all’attività imprenditoriale. Per quanto sia comprensibile come atteggiamento, il risultato non è quasi mai gratificante. Insomma, la morale è che, se si crede fortemente in qualcosa, bisogna avere il coraggio di abbracciarla completamente, senza risparmiarsi e rimanere aggrappati a qualche certezza (presunta).

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Un nuovo tool di tagging semantico per il giornalismo digitale

Nuove frontiere per il giornalismo digitale. Il merito è dei ricercatori del progetto europeo Media in Context (MICO), che hanno pubblicato risultati molto interessanti in tema di semantica applicata ai contenuti editoriali. Gli organi d’informazione indipendenti, ad esempio, potranno avere la possibilità di estendere i loro flussi di pubblicazione con l’aiuto di analisi cross-mediali e strumenti di linked data querying.

Lo studio ha potuto contare sulla partnership di Greenpeace Italia e Shoof (una starup che sta sviluppando un’app Android per contenuti generati dagli utenti). Gli sforzi si sono concentrati sull’organizzazione di una news desk per piccole e medie redazioni, attraverso la creazione di una rete flessibile di metadati relativa sia ai testi che a video, immagini, ecc.

I ricercatori MICO hanno constato che lanciare contenuti on-line senza prevedere un contesto adeguato e analisi approfondite semplicemente non funziona. Questo perché il focus per le notizie digitali si è spostato verso l’engagement interattivo e la promozione di un senso di comunità.

Sviluppando un editor di semantica, chiamato WordLift (un plugin per WordPress), e utilizzandolo poi sul sito della rivista di Greenpeace Italia, il team del progetto si è reso conto che strutturare il contenuto con uno schema di classificazione poteva fornire il contesto necessario alle notizie. Prova ne è stata che quelle news sono state ripubblicate in molte forme diverse e su molte altre piattaforme e dispositivi. Ciò, a sua volta, ha permesso ai ricercatori di rendersi conto che grazie alla strutturazione dei contenuti e alla creazione di più punti di accesso (sotto forma di pagine web), la reperibilità degli stessi su social network, così come sui motori di ricerca, era aumentata considerevolmente.

Utilizzando il tagging semantico – in sostanza informazioni codificate con un termine o una risorsa specifica – gli editori di contenuti ricevono benefici (come la maggiore visibilità sul web) curando una serie di concetti che emergono dal contenuto stesso, una volta prodotto e analizzato. E questi concetti sono raccolti in WordLift con l’ausilio di un vocabolario interno.

Durante le prove di validazione con Greenpeace Italia, è venuto fuori che questo vocabolario interno ha portato un nuovo livello di consapevolezza, con la redazione che ha iniziato a studiare più attentamente il rapporto tra l’organizzazione, i concetti di tagging usati e il target di riferimento. In definitiva, questo processo si è rivelato utile a prendere decisioni editoriali strategiche.

In sostanza, i ricercatori MICO hanno imparato attraverso questa fase del progetto che i giornalisti hanno bisogno della tecnologia per migliorare il loro lavoro, ma questa non deve richiedere troppa della loro attenzione. In fin dei conti, l’obiettivo principale per chi scrive resta quello di concentrarsi sul raccontare storie interessanti instaurare relazioni significative con il proprio target. In quest’ottica, strumenti come WordLift posso rivelarsi ottimi ‘aiutanti’, avendo dimostrano di poter contribuire a coinvolgere, catturare e tenere alto l’interesse del pubblico.

 

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Nanabianca ospita lo Startup Europe Week a Firenze

Dal 1 al 5 Febbraio è in programma lo Startup Europe Week, un’iniziativa europea ideata per informare su tutte le opportunità, a livello locale e internazionale, a disposizione di chi voglia sviluppare un progetto d’impresa. Nanabianca, Startup Studio con sede a Firenze, ospiterà l’evento, che si svolgerà nelle diverse giornate in ben 40 nazioni e 220 città,  il 4 Febbraio dalle 17 alle 19.

Nell’occasione, sarà presentato preliminarmente il progetto Startup Europe Week e si farà il punto sulle varie opportunità che l’Ue offre agli aspiranti imprenditori. Ci sarà spazio anche per una panoramica sulle varie attività di Nanabianca e sui servizi che offre, oltre che sulle iniziative a livello italiano riguardo imprenditoria, startup e innovazione. Non mancherà la possibilità di discutere e chiedere approfondimenti su quanto emerso durante la giornata.

L’evento è gratuito e aperto a tutti. Per partecipare è necessario registrarsi qui.

Ecco il programma completo dell’evento

17.00-17.15 Benvenuto e presentazione di Startup Europe e SEW

17.15.00-17.45 Presentazione di Nana Bianca e dei suoi programmi di accelerazione ed opportunità di investimento

17.45-18.15 Iniziative italiane per l’innovazione e l’imprenditoria

18.15-18.45 Q&A

18.45 Networking Cocktail

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H-FARM: aperta la call per idee innovative nel fashion e nel retail

È aperta la nuova call for ideas del programma internazionale di accelerazione per startup organizzato da H-FARM, giunto alla settima edizione. Fino al 15 marzo, è possibile rispondere candindandosi ad H-CAMP Spring 2016.
E’ la volta delle startup in grado di proporre soluzioni innovative nel settore moda e retail, soprattutto in un’ottica B2B: si pensi ad esempio a nuovi sistemi di CRM, applicazioni e software per un’integrazione tra canali di vendita online e offline, piattaforme e tool per e-commerce e mobile commerce.
“Mai come ora, il binomio startup-impresa tradizionale acquista valore – dichiara Timothy O’Connelldirettore programmi di accelerazione di H-FARM – e si traduce in uno scambio proficuo di servizi e competenze digitali al servizio delle reti d’impresa tradizionali.”
Dalle edizioni precedenti sono venute fuori startup che hanno saputo affermarsi sul mercato: è il caso di Teeser, il primo social network dedicato al mondo delle t-shirt, all’interno del quale i creativi iniziano subito a vendere e guadagnare e gli utenti ricevono a casa in 48h un prodotto personalizzato e made in Italy; Glix, l’app dedicata agli amanti della moda che permette a tutti di diventare personal shopper e “trendsetter” comprando e vendendo prodotti unici che, diversamente, non sarebbero facilmente reperibili; Hopstok, la piattaforma B2B dedicata ai negozi multimarca di abbigliamento, accessori, scarpe e attrezzature sportive, ad oggi uno degli strumenti più riusciti per smaltire l’invenduto e riassortire la merce; e ancora, Competitoor, il servizio di benchmarking competitivo che permette di monitorare il proprio mercato di riferimento online, in modo da poter variare i prezzi e mantenere un vantaggio competitivo.
Dopo la selezione resteranno i 5 mgliori progetti, che avranno diritto a un programma di accelerazione davvero all-inclusive, che oltre a un investimento iniziale di 20.000 euro, offre 4 mesi di vitto, alloggio, spazi di lavoro e una serie di servizi tecnici e professionali, per un valore complessivo di oltre 80.000 Euro, che si concretizzano in sessioni di mentorship, workshop tematici e supporto da parte di partner tecnici; durante tutto il percorso i partecipanti saranno supportati dall’Accelerator Team e avranno l’opportunità unica di entrare in contatto con un ampio network di clienti, investitori e aziende.

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Le tre regole d’oro del blogger corretto

Ci sono regole non scritte del blogging che chi si cimenta con quest’attività dovrebbe rispettare. Parliamo, in questo caso solo di regole che hanno a che fare con la correttezza, non quindi di tutto ciò che riguarda visibilità, efficacia, accorgimenti SEO, ecc. Si tratta di 3 regole base, la cui non osservanza può creare problemi più o meno rilevanti ai blogger, che vanno dalla pubblicità negativa o, peggio, a problemi legali. Seguirle sempre, anche nel dubbio, è la via maestra. Ma vediamole una per una.

- Citare le fonti. E ‘altamente probabile che a un certo momento nel vostro blog vogliate fare riferimento ad un altro articolo o blog post trovato on-line. Mentre è possibile copiare una frase o poche parole senza violare le leggi sul copyright, per rimanere all’interno delle regole del fair use – come le chiamano gli anglosassoni – è necessario citare sempre la fonte. Si dovrebbe attribuire la frase al suo autore e al sito web o blog di provenienza, utilizzando anche un link alla fonte originale.

- Chiedere il permesso. Mentre fare proprie alcune parole o frasi, con l’attribuzione, è accettabile in base alle leggi fair use della blogosfera, è importante essere consapevoli che le norme sui contenuti online rappresentano ancora una zona grigia nelle aule dei tribunali. Per cui, se avete intenzione di scopiazzare più di un paio di passaggi, è meglio che pecchiate di eccesso di zelo chiedendo all’autore il permesso di ripubblicare le su parole (con la corretta attribuzione, naturalmente) sul vostro blog.
Lo stesso vale per l’utilizzo di foto e immagini. A meno che quella che si prevede di utilizzare non provenga da una fonte che dà chiaramente ed espressamente il permesso per il riuso (ci sono diversi tipi di licenze, più o meno restrittive), è necessario chiedere al fotografo o designer l’autorizzazione (con la corretta attribuzione, ovviamente).

- Giocare pulito. Aver un blog non significa dare libero sfogo ai propri istinti, scrivendo la qualunque su chiunque, pensando che non ci siano ripercussioni. Bisogna sempre tenere a mente che il blog è potenzialmente visibile al mondo intero. Proprio come un articolo giornalistico o le parole di una persona possono essere considerate diffamatorie o calunniose, anche il contenuto di un post può essere oggetto di denuncia. Il consiglio è di aggiornare il proprio blog pensando che lo legga tutto il globo. Non si sa mai chi può ‘atterrarci’ sopra…

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Agricoltura al futuro: quando il digitale entra in ‘campo’

La riscoperta da parte dei giovani dell’agricoltura, un po’ per rinnovata vocazione, un po’ per mancanza d’alternative, sta producendo una vera e propria rivoluzione tecnologica nelle campagne italiane.

A tracciarne i contorni è una ricerca condotta da Wired e IBM Italia, in collaborazione con Coldiretti Giovani Impresa e Voices from the Blogs, che ha rilevato il tasso di innovazione del settore mappando l’uso delle soluzioni tecnologiche applicate all’agricoltura, su un campione di 429 imprese iscritte alla Confederazione. Più digitale, per valorizzare al massimo la tradizione e la sicurezza alimentare, oltre che per gestire e curare al meglio a qualità produttiva: questi gli obiettivi dei giovani agricoltori 2.0.

“Oggi l’agricoltura è sinonimo di contemporaneità – afferma Maria Letizia Gardoni presidente dei Giovani di Coldiretti – perché sa interpretare le nuove tecnologie, è in grado di affrontare le sfide della sostenibilità e continua a offrire sempre nuove opportunità. E’ l’agricoltura moderna inscritta nel modello di sviluppo proposto da Coldiretti, fatto di identità, prossimità e durabilità; il modello che soprattutto i giovani hanno saputo far proprio grazie anche a una rivisitazione in chiave digitale. Stiamo vivendo una rivoluzione epocale nelle nostre campagne che contribuirà a sancire, ancora di più, il grande valore aggiunto dell’agroalimentare made in Italy.”

Ma qual è il profilo dei neo-imprenditori agricoli? Alto grado di scolarizzazione e provenienza da “altri mondi”, sempre più giovani e donne con una propensione a innovare a prescindere dalla superficie coltivata o dal fatturato della loro azienda: ecco, in sintesi, ciò che rivela la ricerca “Agrinnova: come la leva digitale sta cambiando l’agribusiness”.

Se non sorprende che l’80% delle aziende interpellate ritenga la tecnologia indispensabile per ridurre i costi, aumentare l’efficienza produttiva e distributiva e contribuire alla tutela dell’ambiente, meno scontato è che gli intervistati – soprattutto tra gli under 35 – guardino alle soluzioni innovative come strumento indispensabile per una produzione sostenibile, destinata a valorizzare la biodiversità, le specificità territoriali, la qualità e la sicurezza degli alimenti.

Il 75% degli intervistati si è interessato ai big data, ai droni, ai sensori e alla genomica – particolarmente indicati per il monitoraggio e gli interventi di precisione sulle coltivazioni -, il 30% ne ha messo in programma l’utilizzo e il 10% li ha già applicati. Molto apprezzate sono le tecniche di impiego dei sensori sul campo (52,2%) e della digital agronomist (50,1%), pur essendo il loro impiego ancora limitato a livello di singole aziende.

“Il nostro agroalimentare ha di fronte sfide affascinanti e possibilità di sviluppo inimmaginabili sino a pochi decenni fa. La tecnologia può dare un contributo determinante in questo processo, sia dal punto di vista della valorizzazione della biodiversità presente sul territorio – per la quale l’Italia detiene il primato europeo – sia nel sostenere la crescita del comparto, che contribuisce per il 2.2% al PIL nazionale”. – dichiara Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato di IBM Italia – I dati infatti, ‘nuova risorsa naturale’, se utilizzati ed interpretati hanno un alto valore anche in agricoltura, in particolare in quella di precisione, e ne garantiscono capacità di innovazione, sicurezza e qualità.”

Da segnalare anche che il 93% dei rispondenti è consapevole dell’importanza di investire in marketing e comunicazione. Altro spunto originale emerso dall’indagine è la stretta relazione tra innovazione e creatività: l’81,9% degli intervistati cerca d’individuare soluzioni nuove nella commercializzazione dei prodotti, magari rivitalizzando quelli esistenti e ricercando mercati di sbocco diversi. Il che si traduce spesso in un minor sfruttamento di risorse idriche ed energetiche, oltre che in un utilizzo moderato di agenti chimici, con ovvi benefici per l’ambiente e la salute.

“Grazie alle tecnologie digitali – conclude Federico Ferrazza, direttore di Wired – l’Italia può giocare un ruolo di primo piano nel mondo. Non penso alla nascita di nuovi social media o gadget “made in Italy”, ma alla crescita e alla valorizzazioneattraverso il digitaledelle eccellenze italiane, tra cui sicuramente l’agricoltura, ovvero il pilastro degli alimenti e del cibo per cui il nostro Paese è conosciuto in tutto il pianeta. È confortante, quindi, che molti imprenditori di questo settore – come emerge dalla ricerca – usino l’innovazione (per esempio i droni per monitorare i campi, i dati per interpretare l’andamento dei raccolti, i sensori per l’agricoltura di precisione) per migliorare i loro prodotti.”

 

 

 

 

 

 

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