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Robin Good: scrivere in rete non vuol dire solo costruire un bella frase…

Di seguito una citazione di Robin Good, un editore online, che ha deciso diversi anni fa di avviare un’attività editoriale indipendente sul web. 

Sfruttando le sue capacità e intuizioni, e soprattutto scrivendo di ciò che più lo appassiona, business, tecnologia e nuovi media, è diventato uno dei primi editori digitali in Italia a creare profitti e raggiungere l’indipendenza economica attraverso i suoi principali interessi, condividendoli sul web.

Il suo progetto principale è MasterNewMedia, una rivista online, nata nell’ormai lontano 1999, che tratta appunto di business e nuove forme comunicative legate ai nuovi media. Ecco come racconta i suoi inizi, in particolare l’approccio con la scrittura su Internet:

Scrivere in rete non vuol dire solo costruire un bella frase.
Avevo studiato il ciclo di vita dei termini sul Web, il meccanismo delle parole chiave associato ai motori di ricerca e le URL.
Mi ero reso conto dell’importanza vitale dei titoli e avevo pensato che se avessi usato le parole nei miei pezzi e in particolare nei
titoli degli articoli in modo intelligente, titolando non in modo giornalistico per attirare l’attenzione, ma in modo che diventasse
facile reperire gli articoli in un indice elettronico, avrei ottenuto il mio scopo.
Per questo chiedevo alla mia redazione di usare certe regole per fare i titoli, che seguissero sempre la stessa logica e che nelle
prime parole del titolo fosse definito l’argomento dell’articolo sempre e comunque.
Chiedevo loro di usare una delle regole base delle scrittura professionale: la piramide rovesciata.
Oggi questo principio sembra banale. Quando l’ho introdotto nel 2002, un poco meno.
Ma ancora oggi si scontra con l’orientamento utilizzato da fior fior di professionisti nel fare un giornale sul web.
Una grande maggioranza di essi continua a pensare al Web in chiave giornalistico editoriale, come fosse un giornale di carta,
applicando le stesse regole e commettendo, a mio avviso, un errore grave.

 

[Nella foto Robin Good]

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WeMake: la startup che si muove fra digitale e sociale

Una startup innovativa e un laboratorio tecnologico. Si chiama WeMake, e già il nome rende l’idea della filosofia aziendale. Nasce nel 2014 a Milano, dove opera in uno spazio di 250mq, tutti dedicati all’innovazione con tecnologie avanzato di produzione e di prototipazione e aperti a tutti. E’ anche parte della famiglia Fablab, la rete internazionale di laboratori locali, nata per stimolare l’inventiva, fornendo l’accesso a strumenti per la fabbricazione digitale.

WeMake, in particolare, offre servizi di consulenza per la ricerca, lo sviluppo, la prototipazione, la produzione di servizi e prodotti nell’ambito della manifattura tradizionale e digitale ad alto valore tecnologico, oltre a fornire formazione in ambito macchine a controllo numerico.

Ma la startup è anche molto impegnata sul fronte sociale, con progetti finalizzati a sviluppare nei cittadini competenze utili non solo nel corso degli studi ma anche nella vita quotidiana. Si occupa di progetti di social impact, italiani ed europei, che riguardano comunità che mettono in condivisione conoscenze, competenze, esperienze relative alla digital fabrication, alle tecnologie digitali e all’elettronica, domotica e robotica.

Sono già numerose le iniziative messe in campo dalla startup per favorire la diffusione di conoscenze relative alla digital fabrication, in particolare diverse esperienze di coaching e trasferimento tecnologico in ambito educational.

Lo staff di WeMake può contare, insomma, su un bagaglio competenze e conoscenze molto ampie e diversificate. E ciò gli consente di collaborare proficuamente e stabilmente con realtà anche molto diverse fra loro: altre start-up, organizzazioni private, amministrazioni pubbliche, associazioni ed enti del terzo settore.

 

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L’informazione al futuro

In quest’articolo sul suo blog alcune riflessioni di Luca De Biase su dove stanno andando il giornalismo e i media tradizionali. E per capire se dal loro interno possa arrivare l’innovazione decisiva e ‘salvifica’ per il futuro dell’informazione, invita a un paio di salti d’astrazione: ‘il giornale non è la sua carta’ e ‘il giornalismo è il suo metodo’…

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A Torino un evento sul giornalismo innovativo e i nuovi media

Un’occasione per aggiornarsi e confrontarsi sulle novità che riguardano il giornalismo e il mondo dei media: a Torino, dal 14 al 19 aprile, è in programma il Congresso Annuale, edizione 2016, del Forum for European Journalism Students, organizzato con la collaborazione dell’Associazione Allievi del Master in Giornalismo ‘Giorgio Bocca”.

Il tema scelto, “Making Media and Innovative Journalism”, dà l’idea dell’ampiezza dei contenuti al centro dell’edizione 2016. Lo scopo è quello di andare ad esplorare nuovi strumenti e strade per ‘confezionare’ al meglio le notizie nell’era digitale. I social networks e il web in generale hanno modificato per tanti versi la professione e i suoi metodi, perché hanno cambiato nel profondo i comportamenti dei fruitori delle notizie e il loro approccio alle stesse. Per rimanere al passo, chi fa informazione deve necessariamente innalzare il livello qualitativo e di ‘engagement’ del proprio lavoro. E farlo in maniera economicamente sostenibile.

A tal proposito, sono previste numerose lectures e diversi workshops che porranno l’attenzione su best practices, formule e technologie utili a migliorare sia la qualità che la sostenibilità finanziaria nei progetti editoriali e nel flusso di produzione delle notizie.

Ecco una carrellata degli argomenti principali che verranno trattati nelle diverse giornate: data journalism e infografiche; Whatsapp, SnapchatPeriscope  e quelli strani strumenti chiamati ‘metriche'; User Experience: perchè è importante costruire piattaforme di news fruibili da mobilePrivacy e crittografia; consigli utili per proteggere fonti e dati quando si sta lavorando ad un’inchiesta.

 

 

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TIM #Wcap 2016: aperta la call per startup innovative

Aperta dal 30 marzo la call 2016 del programma TIM #Wcap, corporate accelerator di TIM che seleziona, finanzia e accelera le migliori startup digitali. Il tempo per rispondere scade il 30 maggio. Tante le novità e gli incentivi per i progetti selezionati. L’obiettivo è aiutare i team a concretizzare l’idea di business, concentrarsi sugli obiettivi e raggiungerli in tempi ragionevoli.

Alla fine del periodo di selezione saranno 32 le startup ad entrare nel programma di accelerazione. Ecco cosa avranno a disposizione:

32 grant da 40.000 euro, pari al numero dei progetti selezionati;

Digital Innovation Year: programma di accelerazione di tre mesi e 9 mesi di mentorship e coworking negli acceleratori di Milano, Bologna, Roma e Catania;

Best in class: ulteriori 10.000 euro assegnati alle 10 startup che si distingueranno durante il periodo di accelerazione, per un totale di 50.000 euro;

TIM Open: ambiente di prototipazione e di sperimentazione aperto e gratuito;

Trial corner: strumenti e tecnologie per testare le soluzioni sviluppate;

Albo veloce: lo strumento che certifica fin da subito le startup selezionate per diventare fornitori TIM;

Basket innovazione: budget a disposizione delle business unit aziendali per l’acquisto delle soluzioni sviluppate dalle startup;

Sinergie industriali delle startup con le società del Gruppo Telecom Italia e con il network aziendale;

TIM Ventures: il Corporate Venture Capital di TIM che investe nelle migliori startup digitali.

Per avere accesso a tutto ciò, è necessaria fondamentalmente una buona idea di partenza, che sia rilevante per il mercato di riferimento. Ma l’idea, per quanto buona, ha bisogno di essere supportata da un modello di business sostenibile, un team multidisciplinare e da un business plan dettagliato.

Chi ritiene di disporre delle giuste credenziali, non deve fare altro che leggere il regolamentoregistrarsi e presentare il proprio progetto.

 

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Campus Party, grande evento internazionale sull’innovazione presto in Italia

Si chiama Campus Party. E’ la manifestazione internazionale più grande al mondo dedicata all’innovazione digitale e all’imprenditoria giovanile. Sbarca alla fiera di Bergamo, prima volta in Italia, dal 19 al 24 luglio. E’ rivolta ai ragazzi tra i 18 e i 28 anni: oltre 4 mila studenti universitari attesi.

Ad attendere i partecipanti un intenso programma di conferenze, workshop, hackathon e laboratori. Non mancherà un’area espositiva dedicata alle startup innovative.

Nato nel 1997 in Spagna, Campus Party si svolge già, a cadenza annuale, in Messico, Costa Rica, Portogallo, Brasile, Ecuador e Argentina. Ciò che renderà questa iniziativa unica anche in Italia sarà il pernottamento dei migliaia di “campuseros” (così sono chiamati i partecipanti) in tende appositamente allestite per loro negli spazi della Fiera di Bergamo, secondo una formula originale e avventurosa per invogliarli ad andare fiduciosi verso il futuro.

L’organizzazione ha chiesto ad un Advisory Board di essere accompagnata nel percorso di costruzione dei contenuti dell’agenda dei lavori, oltre che nel coinvolgimento dell’ecosistema italiano dell’alta formazione, della ricerca e dell’innovazione. L’Advisory Board di Campus Party sarà così composto da: Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Ministero dello Sviluppo Economico, Agenzia per l’Italia Digitale, Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) e diversi Centri di Ricerca.

Sabato 23 luglio ci sarà l’epilogo, a ritmo di musica, nel centro di Bergamo, una festa conclusiva e un modo per coinvolgere l’intera città offrendo al contempo un’esperienza culturale alle 100.000 persone previste nell’arco della settimana.

 

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Brand journalism, l’altra faccia del giornalismo in un libro

Con le redazioni ridotte all’osso a causa della crisi, s’ingrossa l’esercito dei freelance, mentre le retribuzioni restano al palo. E sempre di più sono, di conseguenza, gli scontenti nella categoria. Ma almeno ora c’è un’opzione in più: il Brand Journalism, ovvero il “giornalismo d’impresa”.

Si tratta di  una variante della professione che sta diventando pian piano una concreta opportunità per giornalisti e professionisti della comunicazione. L’obiettivo per un giornalista aziendale è quello di informare, incuriosire e intercettare il potenziale pubblico di riferimento del brand. Niente di diverso, dunque, rispetto a un giornalista ‘canonico’, se non, in parte, la diversa audience. Chi fa informazione in ambito aziendale scrive perciò secondo i principi e le regole classiche della professione.

Generalmente il lavoro si svolge in una testata o un blog aziendale, la cui linea editoriale non prevede Brand-Journalismnecessariamente la promozione di prodotti o servizi. “I giornalisti possono fare giornalismo aziendale pur mantenendo la loro autonomia ed indipendenza” dichiara Roberto Zarriello, giornalista responsabile di Tiscali Regioni ed autore del libro “Brand Journalism”, appena pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica.

“Si può fare brand journalism offrendo notizie e contenuti interessanti per un particolare tipo di pubblico come ad esempio fece John Deere che creò il primo giornale gratuito per gli agricoltori o come fece la Michelin che creò la famosa “Guida Michelin” per essere utile agli automobilisti in cerca di luoghi interessanti e posti in cui mangiare bene durante i loro spostamenti in auto” continua Zarriello.

Il brand journalism può essere davvero un buon modo per tanti di crearsi un futuro nella professione, perché le aziende sono sempre più consapevoli, anche in Italia, della necessità di entrare in contatto con clienti e prospect offrendo loro qualcosa di utile, non ricorrendo esclusivamente a messaggi promozionali. Nel libro, l’autore affronta l’argomento in maniera approfondita, sia dal punto di vista giornalistico che aziendale, riportando e descrivendo diversi casi di successo, italiani e stranieri: Redbull, Mediolanum, Coca Cola e numerose altre imprese che hanno adottato da tempo, e con soddisfazione, questo modo di comunicare.

Già disponibile sul sito dell’editore (www.cdgedizioni.it), il testo arriverà in libreria nelle prossime settimane .

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Scrivere un buon blog: serve talento, ma non solo quello

Per scrivere un buon blog, bisogna saperlo fare. Suona ovvio, ma non è così scontato. E’ necessario cioè, innanzitutto, poter contare su una buona capacità di scrittura. Ma questa da sola non basta. Avere un soggetto interessante e coinvolgente da trattare certamente è un buon punto di partenza. Esistono infatti argomenti intrinsecamente capaci di attrarre lettori, chessò: un viaggio avventuroso intorno al mondo ‘tira’ di più che una cronaca della propria vita quotidiana.

Tuttavia, anche un tema non particolarmente eccitante può essere reso piacevole attraverso alcuni accorgimenti, come uno stile di scrittura accattivante e un tono adatto al tema stesso e al pubblico che s’intende raggiungere. E poi conta molto la frequenza dei post: pubblicare spesso, anche se si tratta di brevi aggiornamenti, aiuta. Non trascurare i lettori è un’altro aspetto fondamentale: consentire i commenti e rispondere puntualmente. Gli inviti all’azione non devono mai mancare.

Vediamo di analizzare più da vicino alcuni di questi principi guida.

Stile di scrittura amichevole col tono giusto

In primo luogo, è bene ricordare che un blog è una conversazione. Quindi un buon modo di procedere è provare a scrivere in modo abbastanza vicino a quello in cui si parla. Evitare però il gergo e i luoghi comuni il più possibile. Può essere utile leggere ad alta voce ciò che si scrive. Se la lettura appare faticosa e innaturale, cassare e ricominciare. Tentare di riscrivere come se si stesse parlando a un amico può rendere più rilassato e fluido il racconto.

Il pubblico di riferimento è la stella polare. Se si scrive solo per gli amici, non c’è bisogno di spiegare e rispiegare ogni volta i particolari (chi legge vi conosce e tante cose già le sa). Ma se il blog attira un pubblico più ampio, è possibile creare riferimenti o glossari per aiutare i nuovi lettori a seguire il filo.

Infine, prima di iniziare un blog, è buona norma trascorrere del tempo a visitarne altri di argomento simile, preferibilmente di successo. Leggerne uno o due per un paio di settimane e prestare attenzione a cose come la lunghezza dei messaggi, la frequenza, lo stile di scrittura, può risultare illuminante.

Aggiornamento costante

I blog che attirano di più sono quelli con frequenti aggiornamenti. Se si avvia un blog, si deve essere disposti a dedicargli un po’ di tempo ogni giorno o due. Ci vuole cura e disciplina.

Se si tratta di un blog sulla propria vita, non si deve aver paura di parlare delle normali attività quotidiane, ma nemmeno di approfondire, condividendo riflessioni personali, frammenti d’interiorità e sentimenti. Queste aree, più intime, hanno il doppio vantaggio di rendere certamente più interessanti i post e ampliare il campo delle tematiche da trattare. E di conseguenza aiutano a tenere alta la frequenza di pubblicazione.

Inviti al commento o all’azione 

Non tutti i blogger scelgono di dare la possibilità ai lettori di commentare, ma se l’intenzione è di sviluppare un dialogo con il pubblico non esistono molte altre vie. Il commento è anche lo strumento più semplice ed efficace per ottenere un feedback prezioso sui propri sforzi narrativi.

Se si decide però di consentire i commenti, bisogna pure prendersi l’impegno e il tempo di controllarli. Chiunque può scrivere la sua, e non è detto che si tratti sempre di cose utili o edificanti. Ad esempio, gli spammer a volte approfittano dei blogger più distratti, ovvero quelli che non si preoccupano di rimuovere i commenti di spam, appunto.

Da non trascurare, infine, sono gli inviti all’azione, cioè offrire la possibilità a chi vi segue di approfondire o fare cose interessanti o divertenti: link, video tutorial, giochi, test, ecc. Fare esperienza in qualche modo di quel che si legge spinge a voler leggere ancora.

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Festival Internazionale del Giornalismo alle porte

Come and join us! Questa l’esortazione che arriva da Perugia mentre la città umbra si prepara ad ospitare la decima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, in programma dal 6 al 10 aprile.

Sarà come sempre l’occasione per confrontarsi e affronatare i temi più caldi che riguardano il presente e il futuro dell’informazione, con l’obiettivo di rispondere ad alcuni degli interrogativi più ingombranti. Dove sta andando il giornalismo? E’ in atto una specie di rivoluzione permanente nel mondo dei media? Quello tradizionale è un modello di business definitivamente in crisi?

A questi e altri quesiti si tenterà di trovare una soluzione, anche esaminando diversi modelli più o meno sperimentali e sperimentati di giornalismo e diverse concezioni dello stesso. Fact-checking, data journalism, explanatory journalism, il ruolo giornalistico delle piattaforme, paywall vs crowdfunding, l’era dei video e del mobile, robot journalism, realtà virtuale, il coinvolgimento dei lettori e il ruolo civico dell’informazione, la crisi dell’homepage, alla ricerca della “nuova” obiettività, il giornalismo mobile first, capire l’audience oltre le metriche, social networks vs media mainstream, il caso Spotlight e il potere del giornalismo di cambiare le cose.

Sia gli speaker che i visitatori arriveranno da tutto il pianeta portando ovviamente con sé anche tutto il bagaglio di tematiche legate alla stretta attualità: la delicata questione dei migranti, le guerre e il terrorismo, la rinascita dei nazionalismi, l’Europa in crisi e le nuove sfide della democrazia, la privacy e la sorveglianza di massa, la libertà di espressione e la lotta contro la censura, il ruolo delle organizzazioni non governative nei territori di guerra, ecc.

Insomma, non si può dire che manchino gli argomenti a questo Festival, che è ormai considerato il più importante media event nel panorama europeo e non solo: 5 giorni, oltre 200 eventi, oltre 500 speaker da 34 paesi diversi, e tutto rigorosamente a ingresso libero e in live streaming.

 

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Google: un grande investimento sul giornalismo digitale europeo

27 milioni di euro sulle aziende innovative in ambito informazione. E’ l’investimento annunciato di recente da Google. L’obiettivo è quello di contribuire a stimolare l’innovazione nel giornalismo digitale nel corso del prossimo triennio. Questo infatti è solo il primo intervento di una serie, con a disposizione un fondo complessivo di 150 milioni di euro stanziato già dallo scorso anno.

“Il finanziamento andrà a una vasta gamma di organizzazioni”, ha spiegato il CEO di Google Sundar Pichai tracciando un profilo delle società che hanno chiesto di poter beneficiare dei fondi della Digital News Initiative (DNI). “Una gamma meravigliosamente diversificata, con progetti che vanno dalla personalizzazione dei contenuti automatizzati al giornalismo robotizzato, dalle app per la verifica delle informazioni in circolo sul web agli strumenti per verificare i social media in tempo reale”.

Il gigante di Mountain View e gli organi di informazione europei vengono da qualche anno di rapporti tesi, e Big G con questa iniziativa spera di ricomporre una serie di relazioni. In Germania, per esempio, gli editori volevano che Google pagasse per l’utilizzo di brevi frammenti di loro articoli nella sezione Google News. La diatriba è culminata con la decisione del motore di ricerca dell’inclusione delle testate in Google News solo come opzione, non in automatico quindi, e la conseguente eliminazione temporanea di un gran numero di esse dalle pagine delle notizie .

Il nuovo fondo è stato concepito per finanziare iniziative in tre categorie principali: progetti per la realizzazione di prototipi, che possono richiedere fino € 50mila euro; progetti di medie dimensioni, aperti a start-up e giovani organizzazioni in ambito giornalismo, che possono contare su un massimo di 300mila euro; e grandi progetti, adatti alle organizzazioni più grandi, con obiettivi più ambiziosi, che necessitano di una maggiore disponibilità economica.

Tra i 128 progetti partecipanti alla DNI, Google ha segnalato El Diario, un sito spagnolo di notizie che sta creando un nuovo modello di crowdfunding applicato al giornalismo, che prevede l’identificazione di ‘pubblici di nicchia’ da invitare a finanziare una storia specifica. Un altro nome portato ad esempio è la startup tedesca Spectrm, che utilizzerà i fondi per costruire un motore di intelligenza artificiale per consentire agli editori di comunicare direttamente con i lettori tramite applicazioni di messaggistica istantanea.

Il primo round di investimenti è distribuito su start-up di 23 diversi paesi europei, con una maggiore concentrazione di progetti in Germania, Regno Unito, Spagna, Francia e Belgio.

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